La Rivista
2019
N° 3 - 4 Luglio - Dicembre 2019
Non scherziamo con lo spread
04/Settembre/2018
Politica Economica

La settimana iniziata con l'outlook negativo da parte dell'agenzia Fitch, sul rapporto previsionale dei conti italiani, rischia di non avere il suono gioioso della prima campanella scolastica ma quello più allarmante di un'emergenza alle porte.
Dopo tale giudizio il differenziale tra Btp decennale e Bund tedesco sta toccando quota 290 punti.
Le dinamiche negative, collegate a questo processo di risalita del differenziale, sono ormai note alla maggioranza dell'opinione pubblica, memore di quel 9 novembre 2011.
In tale data lo spread arrivò a quotare 574 punti, con conseguente abbandono della carica di Premier da parte di Silvio Berlusconi e all'arrivo del governo tecnico di Mario Monti che lavorò, in ogni caso e per diverso tempo, con uno spread oltre 400-500 punti.
Oggi vengono fatti calcoli e previsioni su quanto potrà costare alle casse dello Stato una possibile crisi.
I maggiori esperti pongono, fra i motivi scatenanti, gli orientamenti del Governo in materia economica, sull'abbrivio di una continua campagna elettorale e, soprattutto, il modo in cui questi vengono comunicati ai mercati.
Secondo Carlo Cottarelli, Direttore dell'Osservatorio dei Conti Pubblici alla Cattolica di Milano, questo aumento, stante l'ovvia impossibilità di leggerne i costanti cambiamenti, peserà a bilancio, per il 2019, fino a 5 miliardi di euro.
Tale meccanismo porterà ad un aumento del debito dello Stato, dal cui calo, invece, deriva l'abbassamento dello spread.
Le conseguenze per "l'economia reale", sono state illustrate da Marcello Messori, in un articolo apparso il 3 settembre u.s., su "La Repubblica" e secondo il quale, ad ogni incremento di 100 punti dello spread, derivano circa 2 miliardi di euro di spesa pubblica aggiuntiva nel primo anno, e 4,3 miliardi nel secondo.
L'aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici corrisponderà anche ad una diminuzione del loro valore, con il risultato di diventare una "perdita a bilancio", e riducendo il grado di capitalizzazione delle stesse banche.
Si prospetterebbe quindi un quadro drammatico (e già noto) : banche che necessitano di capitale ed hanno difficoltà nella raccolta.
Questa realtà si trasferisce sul sistema produttivo, con riferimento alla liquidità ed al credito che, in ogni caso, avrà un costo superiore.
Lo spread è un segnale di allarme. Come in un processo fisiologico, al sintomo sottovalutato corrisponde un malessere e, successivamente, lo sviluppo della malattia, con le sue conseguenze.
Ancora convalescenti per i postumi della crisi del 2012, ci stiamo dimostrando, con i soliti vizi ed errori, terreno fertile per la teoria dell'eterno ritorno nietzschiano .
Compito della classe dirigente e politica di questo Paese, porre uno "stop" ad una spirale dal cui gorgo sembravamo essere vicini all'uscita.