La Rivista
2019
N° 1 - 2 Gennaio - Giugno 2019
Editoriale
di Ercole P. Pellicanò
Cari Lettori, nel dare il bentornato dalle vacanze estive, premettiamo che, per motivi di carattere organizzativo ed editoriale, questo numero 1 di “Tempo Finanziario” coprirà, eccezionalmente, i primi sei mesi dell’anno.La necessità di concentrare la prima parte del 2019 ha dato l’opportunità di raccogliere numerosi articoli ed interventi, promossi direttamente o indirettamente dalla Testata, che hanno toccato argomenti di grande attualità, economica e politica.
Trump e Obama: così lontani (in teoria), così vicini (in pratica)
04/Febbraio/2020
Politica

dì Lorenzo Guidantoni.

Nell'era della politica post ideologica, Donald Trump è l'incarnazione di ciò che può bucare le convinzioni dei teorici e degli economisti più ortodossi: la spregiudicata mancanza della forma, la ferma convinzione di dover agire per l'oggi, più che per il domani.

Con il suo tipico ciuffo biondo, tenuto sempre in forse da un vento sbarazzino, eppure integro dopo le tante bufere attraversate, il Trump disegnato nei numeri dell'economia americana odierna è ben più segnante del personaggio da macchietta che molta stampa ha cercato di creare, semplificando la retorica politica nella trita opposizione fra buoni, brutti e cattivi.

La verità è che l'economia USA vola da 11 anni, grazie al lavoro svolto da Barack Obama, sulla cui eredità Trump ha costruito successi e crescita, seguendo il modello di R. Regan e del protezionismo più puro.

Questi grattacieli del benessere, imperniati su tali politiche, oggi si traducono nei parametri più significativi, nella crescita dei salari al 3%, e nel calo della disoccupazione attorno al 3.5%, valore vicino al minimo storico del dopoguerra.

Trump e Obama: così diversi, così uguali, così americani.

Ufficialmente dalla parte opposta nella battaglia dell'ecologismo, in realtà fermamente convinti di dover prima pensare al proprio Paese.

"America first" è uno degli slogan di D. Trump.

Eppure  la riuscita autosufficienza energetica, merito di B. Obama, è figlia dello stesso pensiero unico, difficilmente catalogabile nella destra conservatrice o nella sinistra progressista, ma sintetizzabile in quel motto.

Nonostante gli ammonimenti di gran parte degli scienziati, l'ex Presidente Obama ha infatti firmato le opere di fracking, e l'horizontal drilling: che la terra sia bucata sopra, sotto e trasversalmente, ma che la macchina a stelle e strisce abbia il suo carburante, comunque la si pensi, ed oltre ogni impatto sul cambiamento climatico.

 A tanto si è piegato Obama, pur se aiutato da stampa e mass media nel trasformarsi  in volto a difesa dell'ambiente. Per la letteratura dunque, ripassare più tardi; si fa sempre in tempo a creare miti nella terra  di Hollywood: America First.

Forte di alcune eredità come quella su citata, Donald Trump ha colto la palla al balzo di un ciclo economico positivo, alleggerendo il carico fiscale di imprese e cittadini più abbienti, aumentando il rientro dei capitali, stimolando il mercato interno.

Nella politica estera ha imposto in maniera più brutale del suo predecessore il peso di una economia leader, traducendo quanto sopra descritto in accordi favorevoli per la middle-low class composta da operai e colletti bianchi, regalando il sogno dell'America great again, slogan della sua prima campagna, e rendendo tutti nuovamente orgogliosi del patriottico "Born in the Usa" cantato da Bruce Springsteen proprio negli anni 80', epoca segnante per Trump e la sua generazione.

Ma allora dove si trova il punto di rottura di questo uomo d'affari esuberante e chiacchierato, seduto sulla poltrona più prestigiosa del mondo, così lontano dalla prudenza europea e avverso al nuovo mondo asiatico?

Probabilmente nella politica economica a cui si ispira, quella Reganomics secondo la quale abbassare le tasse e favorire il ceto più abbiente, agevoli la crescita della low class e gli introiti dello Stato in maniera esponenziale.

Ma se la storia prepara a conoscere il futuro, e i numeri descrivono il presente meglio di alcune, fumose idee, la Reganomics si è visto essere opera buona solo nel breve periodo.

Alla lunga distanza, essa comporta uno strappo insanabile fra la classe più ricca  e quella più povera, con l'aumento delle disuguaglianze ed una economia che inevitabilmente finisce nelle mani di pochi: più o meno ciò che sta succedendo nel capitalismo globale delle multinazionali, in società sempre più piramidali, come riportato nei numeri Oxfam diffusi a Davos.

Altro punto interrogativo: dal coronavirus alla Brexit, se il ciclo economico mondiale è in transizione positiva, come annunciato dall'FMI, gli imprevisti sono dietro l'angolo e la politica reganiana non sopporta storicamente le crisi, impattando maggiormente sui ceti medio bassi.

 In che modo potrebbe reagire un leader come Trump in caso di emergenza? Laddove l'economia cambi verso e lo Stato introiti meno del necessario, cosa farebbe il vulcanico presidente? Continuerebbe a dare la colpa agli immigrati messicani? Diverrebbe ancora più spregiudicato in politica estera?

Questo forse resta il dubbio che angoscia maggiormente la parte più moderata degli Stati Uniti, comunque sempre convinta della propria necessità di primeggiare nel mondo.

 Perché, è chiaro, oltre la retorica che vorrebbe gli Usa come giustizieri del mondo, da Obama a Trump, il primo messaggio del popolo americano ai suoi Presidenti è sempre stato "America first".